“Le otto montagne” di Paolo Cognetti

Paolo Cognetti,39 anni, super premio Strega 2017 con ‘Le otto montagne’ (Einaudi) ha convinto gli intellettuali, piace ai lettori comuni e diventerà un film. E’ già in viaggio verso la sua montagna, vive in una baita vicino a Brusson nella Val d’Ayas, in Valle d’Aosta.
Il libro racconta il rapporto tra un figlio e un padre nel contesto di una famiglia in cui tutti hanno un ruolo e in comune la passione per la montagna. Qui nasce l’amicizia profonda tra Pietro, ragazzino di città che passa le sue estati in montagna e Bruno, capelli biondo canapa e collo bruciato dal sole. Hanno la stessa età ma Bruno, invece di essere in vacanza, si occupa del pascolo delle mucche.
Iniziano così a Grana, ai piedi del Monte Rosa, estati di esplorazioni e scoperte, di iniziazione alla montagna con il padre (“la cosa più simile a un’educazione che abbia ricevuto da lui).
Qui Pietro avrà la sua eredità, un mucchio di sassi squadrati, un pino: il lavoro di sistemazione, dopo tanti anni lo riavvicinerà a Bruno.
La storia contiene elementi che appartengono a tutti: l’appartenenza ad un luogo, l’educazione, l’amicizia, la scelta, per ciascuno, della via per diventare uomini.
Forse per questo fin dall’inizio il libro di Cognetti è stato considerato un classico.
Mentre si legge, si “sente che lo scrittore scrive cose che non ha in mente, ma negli occhi. Infatti parla di “scrittura dell’occhio, dello sguardo” , del cuore.
E la lettura è davvero autenticamente piacevole e scorrevole e coinvolgente, tutto contemporaneamente. Quindi consigliabile.

NUOVO ANNO

La preghiera di Tommaso Moro.

Al funerale di mia madre, morta nel 1992, lessi la preghiera che lei amava più di ogni altra e teneva sul suo comodino. Oggi l’ho ritrovata in un saggio del teologo Bruno Forte. È una preghiera scritta da Tommaso Moro, il cancelliere d’Inghilterra condannato a morte da Enrico VIII perché non aveva voluto cedere ai compromessi morali, alle sopraffazioni e alle lusinghe del sovrano. Scritta oltre cinquecento anni fa nella sua profonda semplicità vale in tutte le epoche.«Signore», scrive Tommaso Moro, «donami una buona digestione e anche qualcosa da digerire. Donami la salute del corpo e il buon umore necessario per mantenerla. Donami un’anima semplice che sappia far tesoro di tutto ciò che è buono e non si spaventi alla vista del male, ma piuttosto trovi sempre modo di rimettere le cose a posto. Dammi un’anima che non conosca la noia, i brontolamenti, i sospiri, i lamenti e non permettere che mi crucci eccessivamente per quella cosa ingombrante che si chiama "io". Dammi, Signore, il senso del buon umore. Concedimi la grazia di comprendere uno scherzo per scoprire nella vita un po’ di gioia e farne partecipi gli altri». La propongo ai miei concittadini come augurio per il nuovo anno che si sta per affacciare.Guariente Guarienti VERONA

la lettera è stata pubblicata nella sez.lettere de  l’Arena  del 29/12/2016

Vittorio Sermonti

(24 novembre 2016) “A morire vecchi, è vero, si vive di più. Ma non è che si muoia di meno”. Così qualche giorno fa su Facebook si era congedato Vittorio Sermonti, morto ieri sera a 87 anni in un ospedale romano.
Sermonti – che si definiva scrittore, poeta e lettore di Dante – è stato un grande intellettuale italiano. Diceva di ostinarsi a lavorare su Dante, Ovidio e Virgilio – commentandoli, leggendoli alla radio, divulgandoli come nessuno aveva mai fatto – per venire incontro a chi, come lui, avesse conservato una stella filante, un coriandolo almeno di “ragazzità”, che insomma non fosse convinto di aver capito già tutto della vita, degli altri e di sé.
Sermonti affrontava la vita (e la scrittura) con contagioso entusiasmo, con ironia, con impegno e con stile. Della politica pensava che odiare il potere e pretenderlo fossero la stessa passione.
Ultimamente aveva smesso di sorriderne. D’accordo sull’importanza dei fatti, giudicava tuttavia politicamente prezioso il valore indiziario delle parole, soprattutto di quelle che all’uomo pubblico "scappano dette", e dicono della sua intelligenza, ignoranza, lealtà, volgarità, molto più di quello che vorrebbe e saprebbe dirne lui.
Pochi giorni fa mise a verbale – sempre su Facebook – questa ultima osservazione: “La cieca inappellabilità del discorso politico dei più si fonda su una griglia di dati illusori, certificati dalla più faziosa, boriosa, rabbiosa selezione di informazioni («non me la contano giusta: so io come stanno davvero le cose…»). Faziosità, boria e rabbia che hanno radici profonde nel buio di ognuno, non tollerano il dubbio implicito in ogni scambio di idee, sono il funerale della politica”. E dunque, concludeva Sermonti, “impariamo a dubitare anche di noi, amici cari”.

(© 9Colonne – 

E’ una pagina scelta per la trasmissione "8 e mezzo"  da Paolo Pagliaro: mi sembra importante custodirla per onorare il prof. Sermonti  e per imparare a dubitare. 

Confronti

Il popolo della pace è tornato in Arena dopo 11 anni.

Mel 2003 lo slogan era "Per la pace mi espongo anch’io".

Quest’anno : "La resistenza oggi si chiama non violenza, la liberazione oggi si chiama disarmo" 

Lettera alla terra di Luca Parmitano

Prima di salutare lo spazio con un sentito ‘arrivederci’, l’astronauta italiano originario della Sicilia ha voluto scrivere una lettera dedicata alla Terra, il suo pianeta, la sua casa che per questi cinque mesi e mezzo ha sempre osservato ed immortalato dalla cupola della Iss, la Stazione Spaziale Internazionale.
 "I miei occhi accarezzano amorevolmente la sua pelle dalle sconfinate e magnifiche tonalità. Quante volte con lo sguardo ne ho esplorato i confini, di un azzurro indescrivibile, mentre l’alba ne immortalava le curve, delineate perfettamente dalla luminescenza delle nubi mesosferiche, splendide, cangianti: il colore di una pazienza senza tempo e infinita".
"Osservo nel silenzio della mia postazione: so che il suo cuore pulsa invisibile, e scorgo la linfa vitale scorrere nelle infinite vene che attraversano le sue terre, alimentate e protette dalle nubi, che la ricoprono come il manto di una vergine vestale".
"Il suo respiro ha il ritmo calmo ed eterno delle maree, la grandezza delle onde oceaniche, la potenza dei venti che spazzano in un soffio le sabbie di cento deserti, le cime di mille montagne. Fra poche ore, tutto questo sara’ un ricordo – scrive Parmitano -. La mia astronave mi attende, per adesso quieta e buia, ma presto teatro dinamico e drammatico del mio rientro a terra. Tutto quel che ha un inizio, deve necessariamente finire: una meravigliosa fragilità che rende ogni esperienza unica, e per questo ancora più preziosa".
"Adesso, però, – prosegue nella lettera – cerco ancora di riempirmi gli occhi, la mente e il cuore di colori, di sfumature, sensazioni. Perché restino con me, che ne possa testimoniare".
"Le terre emerse si confondono l’una nell’altra, i confini, arbitrari e immaginari, del tutto inesistenti da qui, mentre le osservo dalla Cupola. Osservo le terre degli uomini. Dalla Terra, guardando verso il cielo e le stelle, ne ho sempre sentito l’attrazione irresistibile, ho incoraggiato la mente a perdersi verso l’infinito e l’ignoto. E’ la nostra natura – il gene di Ulisse. Ma anche Ulisse, dopo tanto viaggiare, torna a Itaca: e a lungo sogna la sua isola".

"Se fossi nato tra gli spazi dell’impenetrabile nero interstellare, se avessi passato tutta la mia vita viaggiando lontano dal nostro mondo, osserverei con lo stesso sguardo ammirato che ho adesso le sue acque azzurre, i suoi continenti così variegati. Ogni alba e ogni tramonto mi regalerebbero lo stesso stupore atavico. E sognerei di sprofondare i piedi nelle sue sabbie calde, di sentire il gelido abbraccio delle sue nevi, e la carezza salmastra delle brezze che dal mare si spingono verso la terra. Mi chiederei cosa si prova a immergersi nelle sue acque, a scaldarsi al calore del suo sole. Ma sono fortunato: io sono nato lì. Quello è il mio pianeta. Quella è casa mia".

Luca Parmitano 

Il gran segreto della bicicletta.

Trascrivo un editoriale del Corriere del Veneto- Cultura e tempo libero del 16 agosto u.s.: una pagina per me così piacevole da persuadermi ad inserirla in questo blog.

Il gran segreto della bicicletta. Filosofia minima di Ferragosto

Creatività e astuzia. I veneti hanno riempito le loro saccocce di tanta sapienza ed esperienza. E le hanno fatte fruttare. È ricchezza che ancora oggi possono riporre in gioco. L’estate resta tempo propizio per affinare il pensiero. E sollecitare osservazioni ed idee. Ho accolto il consiglio dell’amico Bepi De Marzi, il cantore di «Signore delle cime», ed ho riletto «Arboreto selvatico», lo stimolante racconto di Mario Rigoni Stern, utile a rimetterci in dialogo con la natura, l’ambiente, il paesaggio, l’umanità stessa. Scritto oltre vent’anni fa, è un testo di straordinaria attualità. Una pagina qualsiasi. Rigoni Stern descrive il tiglio: «Albero della giustizia perchè attorno ad esso si riunivano i saggi. Ma perchè quest’anno i tigli del mio brolo non hanno profumato l’aria del crepuscolo»? Ogni riga un’emozione, trasferita al lettore. Non si sentono maestri i saggi. Hanno solo la vocazione di condividere i propri pensieri. E di scuotere chi accetta di ascoltarli.

Il ritmo, l’armonia, la delicatezza, la purezza di questi racconti della natura hanno il profumo del bosco, consolano, stimolano serenità, e impegno. Passeggiare in montagna, ma anche isolati con un buon libro sotto l’ombrellone, si assapora il gusto genuino del vivere a contatto, nel rispetto della natura, riappropriandoci di un dono. È lo stesso rapporto che si instaura quando si «cavalca» in bicicletta, nella campagna veneta, appena fuori delle città e dei paesi, cogliendo una nuova filosofia di vita. Saggi e sapienti, forse anche felici, come si sente la miriade di cicloturisti che incontriamo ogni giorno sulle nostre strade. La bici – per gli esperti – è macchina che potenzia lo sforzo fisico, è moltiplicatore dei nostri pensieri. È uno straordinario strumento di conoscenza del paesaggio e dell’ambiente, e di riflesso del nostro animo, di costruzione di equilibrio. Andare in bicicletta non è solo problema di gambe. Mi spiegava una sera, a cena, in casa di amici sulle colline di Marostica, il mitico commissario tecnico del ciclismo azzurro, Alfredo Martini: «In bici più si pedala, più si pensa».

In fondo, forse senza saperlo, richiamava quel concetto di Albert Einstein, secondo il quale «La vita è come andare in bicicletta, se vuoi stare in equilibrio, devi muoverti». La filosofia va in bicicletta? Forse. Certo è che, senza scomodare le figure più eccelse del pensiero umanistico, scientifico, e il rapporto che queste hanno avuto con le due ruote, basta guardarsi attorno, riconoscere la fatica e l’entusiasmo di migliaia e migliaia di veneti per questa disciplina per richiamare ed affascinarsi all’idea e convincerci che saper pedalare, o non pedalare, cambia davvero la vita. È forse questa nostra è la stagione in cui conviene, appunto, mettersi a pedalare, con lena, magari insieme. Ci sono sempre i «quattro passi» dolomitici da scalare, che ci attendono all’opera. Fiduciosi. L’autunno, che seguirà subito dopo l’estate, con i suoi colori, i suoi sapori, con la maturazione dei prodotti della terra a lungo amorevolmente coltivati, può essere una nuova stagione propizia, anche in Veneto. Terra così ricca di creatività, astuzia, di civiltà.

Giandomenico Cortese 16 agosto 2013

Uso delle biciclette

La Regione Veneto,nella new letter n.21 del 23 luglio u.s.,riassumendo,si esprime così : usare la bicicletta in città è fondamentale per diminuire traffico veicolare e inquinamento. E’il mezzo di trasporto ideale per i percorsi urbani

L’uso delle biciclette in città come mezzo di locomozione preferenziale, insieme al cammino, si è dimostrato in molti centri urbani una carta vincente per abbattere fortemente il traffico veicolare a motore. Ciò è altamente auspicabile per almeno 3 motivi: il grosso impatto della sedentarietà come determinante di molte malattie croniche (obesità ma anche diabete, malattie cardiovascolari, tumori, depressione, patologia osteoarticolare), il crescente ruolo patogeno dell’inquinamento atmosferico ed infine il problema degli incidenti stradali.

Perché il trasporto attivo e sostenibile, attraverso l’uso della bicicletta ed il cammino, si possa espandere è necessario far radicare nella popolazione il concetto di bicicletta non come mezzo di svago ma come mezzo di trasporto preferenziale da utilizzare entro percorsi urbani o suburbani di almeno cinque chilometri.  Inoltre è indispensabile, per rendere possibile un cambiamento dello stile di vita dei cittadini, una modifica del tessuto urbano che preveda fra i vari interventi:

-la definizione una rete organica di percorsi ciclabili (più che di semplici piste ciclabili) che connetta ogni punto dell’abitato -l’estensione delle aree a traffico limitato e il potenziamento degli interventi per la limitazione della velocità dei mezzi a motore, compresi in primo luogo i quartieri esterni al centro storico -la realizzazione di aree ad utilizzo promiscuo (pedoni, ciclisti e mezzi a motore) dove lo spazio sia prevalentemente "vissuto" da pedoni e ciclisti -l’espansione delle aree verdi urbane.

Chi deve fare il primo passo per ottenere questa carta da tutti ritenuta vincente?

Collegamento tra l’astronauta Parmitano e piccoli pazienti

Riporto la notizia da un articolo di E.Santo  in “Avvenire” del 10 luglio u.s.: collegamento riuscito oggi pomeriggio tra l’astronauta italiano Luca Parmitano e i piccoli pazienti dell’Ospedale Pediatrico Bambin Gesù.

“Visto da quassù il mondo appare senza confini” ha detto a chi gli chiedeva quale fosse la scoperta più bella che aveva fatto: “E le stelle, in mancanza di atmosfera, si vedono colorate: sono rosse, gialle blu

 

La terra è bellissima, un gioiello blu in mezzo al nero”.

“Chi ti cura se ti ammali?” – gli ha chiesto un piccolo paziente. “Ognuno di noi ha fatto dei corsi di primo soccorso, ormai sono un mezzo dottore anch’io. Ma se stiamo male ci seguono dalla Terra”. E poi la domanda inevitabile: “Gli alieni li hai incontrati?”. “Gli alieni li ho visti sulla terra – ha risposto simpaticamente – di cose strane ne ho viste tante”.

Luca Parmitano resterà sulla Stazione Spaziale internazionale per circa sei mesi per effettuare moltissimi esperimenti. La sua missione, battezzata “Volare”, è una missione dell’Agenzia Spaziale Italiana.

Un’esperienza straordinaria  comunicata ai bambini (per la prima volta in diretta) in modo straordinariamente semplice.

Fa freddo.

E’ eccezionale il freddo di questi giorni.

E’ interessante rileggere,nei blog di Elmar, i suoi scritti su  “Il clima e l’attività solare”:

Nel 2011 scriveva:

“Il surriscaldamento della terra sarebbe causato dalle emissioni di anidride carbonica.
Di recente si trova che non è vero. Ma la politica si è impegnata e non trova la retromarcia.

La cappa di ghiaccio sul polo Nord doveva sparire nel 2008. Non è sparita.

Negli ultimi dieci anni l’anidride carbonica nell’atmosfera è aumentata, la temperatura della terra no.

La temperatura della terra invece risulta fortemente correlata con l’attività del sole. Con le macchie solari. Queste sono l’orgine del vento solare, fatto di particelle, soprattutto di protoni.

Attualmente il sole è in ritardo con le macchie solari, che fanno un ciclo di 11 anni. Da un anno e mezzo le macchie ci dovrebbero essere. Solo la settimana scorsa ne sono apparse tre, ma piccolissime, insignificanti. Vedremo.

Intorno al 1600 c’erano 70 anni con attività delle macchie solari ridottissima. Il cosiddetto minimo di Maunders. In Europa centrale non c’erano più raccolti. Il Tamigi e la Senna d’inverno gelavano, si vede dai dipinti dell’epoca ”

E’ solo uno stralcio dalle sue numerose osservazioni e considerazioni, davvero sempre interessanti.

Una buona notizia

E di notizie buone, di fatti concreti in questo periodo io sento davvero il bisogno.

E’ stato inaugurato all’Aquila, nel luogo più vicino alla zona rossa, l’auditorium progettato da Renzo Piano.

Tre cubi di abete rosso (del medesimo legno andava a approvvigionarsi per i suoi violini lo stesso Stradivari) della val di Fiemme, di dimensioni differenti, dislocati l’uno accanto all’altro in modo irregolare,spostabili.

Una cassa armonica vicina al Forte spagnolo cinquecentesco, reso inagibile dal sisma del 2009, dove c’è una storica sala concerti intitolata a Nino Carloni, il fondatore di tutte le più importanti istituzioni musicali aquilane a partire dal 1946.

Un dono della provincia autonoma di Trento come un dono è stata la direzione del concerto inaugurale da parte del maestro C. Abbado.

Per me un respiro di fiducia.